Simona Weller
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Scritti

Romanzi - Scritti vari - Dichiarazioni di Poetica


Romanzi di Simona Weller

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Scritti vari di Simona Weller

  • "Visto da lontano", in "La Salamandra", n° 1 gennaio, Roma, 1960
  • "Contro i magliari dell'arte", in "La Salamandra", n° 2 febbraio, Roma, 1960
  • "L'importanza di essere porci", in "La Salamandra", n° 3 marzo, Roma, 1960
  • "Il Complesso di Michelangelo", (saggio), Macerata, Edizioni La Nuova Foglio, 1976
  • "La creatività femminile", (saggio), in AA.VV. "Il privato come politica", (a cura di Gianni Statera), Roma, Edizioni Lerici, 1977
  • "Le donne nell'arte dal Medioevo ai nostri giorni", (saggio), numero monografico della rivista "MINERVA", Roma, 1988
  • "Il mercante di sale", (racconto), in rivista "TUTTESTORIE", n° 2 giugno, Roma, 1991
  • "Il grido del gabbiano", (saggio), in AA.VV. "Il cuore, la guerra, la parola", Siracusa, Edizioni Ombra, 1991
  • "Alba de Céspedes: vivere in anticipo", (racconto), in rivista "TUTTESTORIE", n° 6/7 dicembre, Roma, 1992
  • "Niente accade per caso, Roma, Edi Let, 2008

     Dal 1981 al 1996 ha avuto una rubrica d'arte sul mensile "NOI DONNE"

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Dichiarazioni di Poetica


"Uscire dall'infanzia dell'arte"

Parlando con gli amici dei quadri esposti alla X Quadriennale, mi son sentita dire: "Mi è piaciuto quel prato… Mi ha colpito quella lavagna… Mi è piaciuto quello tutto scritto e poi cancellato con quelle accensioni e la parola RIFARE in fondo… Mi è piaciuto quello che c'è scritto corvo in nero e grano in giallo che poi la parola corvo finisce su un fondo azzurro che sembra acqua, invece c'è scritto cielo, era acqua o cielo? Ha vedi che avevo capito! Ma la lavagna come l'hai fatta, con l'acrilico? Quello verde mi ricorda un quadro di Balla divisionista…". Quest'ultima frase non la trascrivo per vanità, ma perché è quella che più si è avvicinata alla mie intenzioni.
Quando un anno fa mi presentai a Roma con una mostra di pittura-scrittura nata da una ricerca sui modi di espressione del mondo infantile, non immaginavo che proprio da quel ricominciare dall'inizio quasi mimando una mia creatività infantile e quasi, quindi, non avessi mai dipinto prima, sarebbe nato questo attuale, ironico e in un certo senso disperato modo di riproporre pittura pura.
Vivere dentro la cultura è certo ben diverso che inseguire fantasmi e germogliare di cose in un posto chiamato Colle Nibbio; ho avuto la possibilità di misurarmi, di avere punti di riferimento, di scegliere quello che sentivo più giusto per me. È stato così che scrivendo, scrivendo, l'estate scorsa a Calice Ligure, ho scritto erba pensando a SEURAT, mare pensando a MONET, grano pensando a VAN GOGH. Non rinunciavo però, ancora, alle lavagne dei bambini, ai loro quaderni, alla loro libertà d'invenzione, al gusto di buttar giù una parola scarabocchiata, un po' misteriosa e un po' rivelatrice, cose che, per me, rappresentavano la libertà di fronte alla tela come mostro, la gioia di avere finalmente il coraggio di fare quello che non avevo mai avuto il coraggio di fare: infischiarmene del bel disegno, della bella materia, della bella pittura.
Questo è stato il periodo degli esercizi, dei temi, delle lavagne di appunti veloci per il quadro che realizzavo accanto alla lavagna stessa, a dittico o addirittura a trittico (progetto, quadro sbagliato, quadro definitivo) quasi volessi rimandare il momento in cui sarei dovuta uscire "dall'infanzia dell'arte".
Le tele adulte, sono venute naturalmente, subito dopo, e la "bella pittura" è riesplosa come una passione maturata tra le difficoltà. Così il quadro in cui è scritto erba, erba, erba, con un sovrapporsi di scrittura, colore-luce, di tipo divisionista, è sembrato a molti osservatori un prato.
Adesso, però, sto facendo dei quadri che già vorrei fossero diversi.
L'esperienza del segno libero, dello scarabocchio catartico mi è troppo presente come nostalgia mentre lavoro in questo modo frenetico al limite della nevrosi, per questo scrivo e cancello, cancello e scrivo, perché spero che sia questo il mio nuovo mezzo di sentirmi libera di fronte alla gioia del fare.

Roma, Maggio 1973


"Diario al Muro"

Non più di una cartella. Cinquanta centimetri per cinquanta. Sette quadrati per sette anni. Sette anni di diari dipinti, cancellati, riscritti, sette anni di rotoli di tele e di parola, di "scarpe consumate e fiasche di lacrime versate".
Dal profondo della coscienza, dal profondo dei sogni, risalgono immagini e parole, galleggiano come detriti su fondi neri e su fondi bianchi. Un giorno qualunque scopro che possono diventare forme animate, magari bianche, magari con le ali… gabbiani che si fanno portare dalla corrente del fiume, a pelo d'acqua, lentamente fino al mare… E tutto rientra nel grande quadro: la crudeltà quotidiana, l'indifferenza, un amore inafferrabile tra una parola e l'altra, una disperazione congelata, da supermercato.
Incredibilmente l'inventario può salvarci, è la memoria di quello che abbiamo perso e di quello che resta. Perentoriamente ci viene incontro dal fondo di un quaderno o di un foglio quadrato, cinquanta per cinquanta, magari in basso a destra, sul muro.
Le frasi sono state copiate, sentite, trovate. Non tutti le capiranno, forse sono per persone inventate o per persone che non esistono più. Messaggi lasciati accanto al telefono di precedenti inquilini, da amici sconosciuti, da persone incontrate in treno, da portieri in attesa del calcio di rigore… Un grande puzzle con labili indizi di esistenze precarie…
…il fumo della sigaretta, tandis que vous vous sentez coupable.
...Il giorno dopo. L'eternità? Mattina stemperata nel sole.
…Se coucher ensemble, cela était beau, le paysage était beau.
...Una strada in salita che non porta da nessuna parte.
…In cima una torre tagliata a metà.
…Mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili.
Ho fatto il ritratto del dottor Gachet, i primi di giugno del 1890.
Ho passato il giorno di San Valentino con un artista vestito di nero, un tipo tetro e persino severo e poi, chi ha detto che trovava ridicole le celebrità, le avventure galanti, i libertini innamorati?
…A me, la storia di una delle mie follie.
…Inventai il colore delle vocali: A nero, E bianco, I rosso, O blu, U verde.
…Tornino i tempi andati dei giorni innamorati.
Tu, da sempre arrivata che te ne andrai dovunque.

Roma, Febbraio 1979


"Nessuna onda può pettinare il mare…"

Nessuna onda può pettinare il mare… è il frammento di una poesia di Dylan Thomas che da mesi mi buca l'anima.
Forse il caso che ogni giorno mi ha spinto al mare (un anno straordinario di lavoro). Ogni mattina un'alba livida o splendente a sorprendermi, ad aggredirmi davanti a quella distesa di acqua-luce-colore.
Ogni mattina alzarsi nel buio, allontanarsi dalle forre e dalle rupi che circondano la mia casa, ogni mattina quella sorpresa, quella nostalgia, il rimpianto per i quadri di su per il mare che hanno accompagnato tanti anni della mia vita di pittore.
Il mare è lontano da casa mia un'ora, quasi due, per avvicinarlo guido in silenzio per un'ora, a volte due, la campagna è grigia, poi verde, poi gialla, secondo le stagioni e quell'azzurro, dopo, mi arriva sfibrato dalla luce e dalle ore ogni volta come un volto nuovo.
La campagna è quieta, uguale a se stessa per giorni e mesi, il mare non è mai uguale da un'ora all'altra, la sua pettinatura varia secondo una corrente, un colpo di vento, una vela, un'ala di gabbiano.
Nessuna onda riesce a dargli un assetto definitivo, a districarlo, a placarlo, a domarlo, a intimidirlo, ma, un'onda può amarlo, carezzarlo, conoscerlo, percorrerlo.
Con furia o con dolcezza fino alla propria fine, a quella spumeggiante (invidiabile!) fine.
Un giorno, la passione per il verso di Thomas si era fatta più violenta, cominciai ad inserirlo qua e là in un quadro, in uno schizzo, in un acquerello il verso e la sua immagine analogica, il colore e la sua memoria, la sua ombra.
Come quando non ti ricordi una parola, un nome che devi citare a qualcuno e la parola, proprio quella, affiora a distanza di tempo e di spazio così è arrivato anche il tempo che ho capito il perché di quell'ossessiva attrazione.
Nessun quadro può "pettinare" la pittura…
Poi la scoperta che il mio nome, in tedesco, vuol dire fabbricante di onde. Fabbricare onde perché? Per cercare di pettinare il mare?
Abbiamo detto che nessuna onda può, anche se, nella condanna o nel gioco di ripetersi, per amore o per scherzo, per odio o per paura, lo tenta all'infinito.
Penso al mio dipingere un quadro dopo l'altro, un anno dopo l'altro, come ad un'onda che spinta dal vento si formi e si riformi.
Il mare resta là, come l'arte, come la pittura, pronto a cambiare, ma al tempo stesso immutabile.
Al contrario dell'onda, io so che non posso cambiare il mare, la pittura, l'arte, ma, esattamente come l'onda percorrerò il mare, la pittura, l'arte fino a quella spumeggiante e (mi auguro invidiabile) fine.

Calcata, Luglio 1985


"Il fuoco nell'acqua"

Simona Weller, lei che si esprime con la pittura e la scrittura, con quale dei due mezzi ritiene di comunicare meglio?
Domanda postami un pomeriggio di domenica, del novembre del 1995, da una sconosciuta, socia di un circolo culturale di Pescara.
Mi capita sempre più spesso di essere invitata a raccontarmi. Credo sia una conseguenza del tempo che passa e delle mie numerose "militanze". Così a Pescara posso essere una scrittrice esordiente, a Modena una pittrice affermata, a Verona un critico impegnato nella Teoria della differenza del segno femminile nella creatività...
Alla signora di Pescara ho risposto che la scrittura ha la capacità di penetrazione e di diffusione che la pittura, anche quella dell'Ottocento, non ha. Un piccolo libro, stampato in mille copie, segue percorsi che si moltiplicano come i cerchi di un sasso in uno stagno. Parla, dialoga, quindi comunica con molta gente. A un quadro, esemplare unico, non accade mai. Non accade nemmeno a mille quadri di uno stesso autore. Un artista che, magari, espone a Roma, vende a Parigi, esporta a New York, seguendo un itinerario sconosciuto al grande pubblico. Un quadro, anche il più celebre e celebrato, non lascia tracce dietro di sé. Tranne, ovviamente, nel mondo degli addetti ai lavori. Quella sorta di setta internazionale, in cui interessi economico-politici sono mal miscelati con quelli culturali. Ma questa, è un'altra storia.
Se la scrittura ha dunque una maggiore risonanza della pittura, resta comunque il problema della comunicazione. Cosa può comunicare un quadro di diverso da un libro?
Se escludiamo la propaganda ideologica, quel certo impegno che negli anni Sessanta-Settanta esaltava pessime opere di pessimi artisti; se scartiamo il realismo femminista, altro equivoco che ha maciullato il talento di tante ingenue dilettanti di provincia, non resta che la memoria della propria storia.
Calma! Non pensate subito che io voglia dipingere una saga di famiglia: ritratti di antenate, storie di nonne cui è stato impedito di suonare o dipingere.
La memoria è la prima radice della pittura contemporanea. Intimamente legata alle scoperte della psicanalisi. All'inconscio, al sogno, al simbolo, ai fatti della vita. Il particolare per l'universale. Questo intendo per memoria. Laddove uno slogan femminista degli anni Settanta, diventa improvvisamente rivelatore. Il privato è politico? Credo proprio di sì. Il mio privato è la storia di un apprendistato alla coscienza. La storia di un conflitto irrisolto tra una visione romantica dell'artista e un Sistema spietato. Un Sistema che ribalta tutti i valori, tutte le certezze, di un giovane che ha creduto nell'arte. Illuso di potersi esprimere, e convinto di partecipare con il proprio talento alla costruzione di un tratto di strada della Storia umana.
Con l'incoscienza e l'arroganza della giovinezza, una via di mezzo fra Don Chisciotte e Giovanna d'Arco, ho bussato trent'anni fa alle porte del tempio… Un capolavoro al giorno toglie il critico di torno cantavamo al Giamaica di Milano alla fine degli anni Sessanta.
Gli amici di allora mi avevano avvertito. Per tutta la vita avrei dovuto dimostrare di essere un pittore. In effetti la strategia è quella di logorarti, di farti ricominciare sempre da capo. Un modo come un altro per eliminare i deboli.
Che io sia una vincitrice?
Forse lo sono perché ho lavorato senza committenza, ribelle al terrorismo della critica e della moda, perché ho dipinto sempre, senza inflazionarmi, crescendo su me stessa, rinnovandomi.
Ecco dunque a proporvi una pittura nuova, anche se ancora legata alla scrittura. Una scrittura di rilievo, come travolta dai quattro elementi.
Come si fa uno di questi quadri?
Si lavora la materia rendendola molle come argilla. Si lavora in tensione perché ogni segno, deve conservare una sua coerenza strutturale.
Per ottenere questo, penso al frammento di una parola, una delle mie parole come mare, onda, erba, alba. Ciò mi permette di non rendere mai ripetitivo il segno, di non trasformarlo in modulo, ma di dargli la stessa elasticità di una grafia, la stessa variabilità di un'onda.
I quattro elementi sono sempre stati presenti nel mio lavoro. Ora però sono riuscita a farli convivere tutti insieme inventando una tecnica mia.
A volte è il vento che dà aria al quadro, altre è l'acqua a creare l'effetto pioggia, altre ancora il fuoco a bruciare il segno fino ad accartocciarlo, altre ancora è la terra, l'idea della terra arata, a entrare nel quadro come un solco.
Quando sono nel mio studio mi sento ribollire come un vulcano. Lavoro in trance fino ad essere esausta. La sera quando mi chiudo la porta alle spalle non penso più ai miei quadri. Mi immergo in ciò che mi circonda, i dintorni di Calcata. Il verde dei boschi, il rumore del torrente, il sole che sale e scende dietro la collina, la luna che racchiude il borgo in una rete incantata, i ricordi che vanno e vengono come uccelli notturni. E a volte ti sfiorano con un senso di freddo, altre di caldo.
La mattina quando riapro la porta, i miei quadri sono là, che mi guardano da un'altra vita. Mi appaiono bellissimi o bruttissimi. Quelli bruttissimi vengono subito affrontati come nemici. Ricomincia una lotta corpo a corpo, finché il colore torna a cantare e la struttura funziona. Per struttura intendo lo spazio che il quadro cattura e quello che rifiuta. L'aria che c'è intorno e l'ombra portante, i raccordi fra toni caldi e toni freddi.
È una mia ambizione rendere ogni quadro che esce dallo studio, croccante come pane appena sfornato, e come il pane, caldo.
Il forno e il pane; la pittura e la donna; forse in questi binomi è racchiuso il mistero del vitalismo sensuale che ispira la mia natura e il segno della mia differenza.
Quando lacero e strappo, quando raccolgo intorno al mio segno accartocciati colpi di vento, non penso a Lucio Fontana, ma ad Artemisia Gentileschi.
Sento il furore con cui la grande pittrice caravaggesca rivela nelle sue opere quanto può essere feroce una donna artista, quando è costretta a sopravvivere.
E, scusate l'enfasi!

Roma, Dicembre 1995


"Lettere a Van Gogh"

Ho sempre avuto un amore irrazionale per il gesto di scrivere, prima che per quello di disegnare. Ero affascinata dalla scrittura di mia nonna e di mio padre, inclinata verso destra, colorata di azzurro o verde. Non sapevo ancora leggere (cosa che però imparai a fare a quattro anni) quando presi in mano una penna con pennino, la immersi in una boccetta di inchiostro verde e riempii con voluttà i fogli di un quaderno dalla copertina nera. Graffiavo segni bizzarri, inclinati diligentemente verso destra, come nella scrittura degli adulti. Ero convinta di scrivere tutto ciò che oggi penso e so esprimere e mi bastava. Durante la vita adulta ho sempre scritto lettere a tutti per capirmi e per capire, per consolarmi e per consolare. Nel mio archivio conservo centinaia di lettere scritte a mia madre durante gli anni del collegio. Foglietti strazianti, decorati da un inchiostro azzurro sbavati di lacrime e piccoli disegni ingenui.
Poi, dopo gli anni di Accademia e di apprendistato alla pittura, ho ritrovato e fatto mia la poesia delle pagine di quaderno e delle lavagne infantili. Però ero ormai acculturata e dipingendo mi fingevo bambina come da bambina mi ero finta adulta. Dunque, la bambina degli anni Settanta dedicava a van Gogh le sue tele gremite di una scrittura colorata, tessuta di parole come grano, corvo, cielo; oppure tele a fondo nero come le lavagne in cui era scritto:
Tema: dipingi un campo di grano con volo di corvi.
Ma come tutto ciò che si trova per caso e non si è faticato a cercare, non apprezzai quell'intuizione e non vi lavorai quanto avrei dovuto. Dovevo continuare la mia corsa verso una ricerca i cui traguardi erano sempre spostati in avanti.
Nel duemila ho conosciuto Ronald de Leeuw, attualmente direttore del Rijksmuseum ma precedentemente direttore del Van Gogh Museum. Ronald mi ha regalato i libri che lui ha scritto raccogliendo le lettere di Vincent al fratello Theo o persino le lettere scritte dagli amici dopo la morte di Vincent. Leggendo quelle lettere così ricche di sfumature e di poesia, gremite di suggerimenti sulla vita e sulla pittura, mi è tornato l'istinto imitativo dell'infanzia. Così sono nati, insieme ad una nuova amicizia (con Ronald), questi nuovi quadri (per Vincent). Il fondo è di un azzurro pallido come l'antica carta da lettere. Ci sono sbavature, cancellature, sovrapposizioni di frasi e immagini come accade in un notes o in una lavagna. Naturalmente poi c'è van Gogh. Simbolo di tutti quegli artisti che lavorano in silenzio, credendo nella pittura, proteggendosi dai clamori dell'ufficialità. Naturalmente poi ci sono io. Una vecchia bambina che dopo trent'anni riprende un lavoro lasciato incompiuto, dandosi il diritto di apprezzare l'importanza della propria invenzione. In alcuni quadri infatti troverete scritto un "bene" o "brava"... Così, tanto per autoincoraggiamento...

Calcata, Marzo 2003


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